La schwa e l’italiano, nemici amici.

Questa citazione, che spero verrà colta da qualcuno, a un classico Disney che ha come protagonisti una volpe e un cane da caccia, mi serve per introdurre il tema dell’articolo di oggi: il linguaggio inclusivo.

Per farlo, utilizzo un saggio che avevo in lettura da un pò ma ho finito di leggere solo di recente:

Vera Gheno, Femminili singolari, Effequ, 2019

Ammetto che ci sono almeno due saggi letti qualche tempo fa dei quali volevo parlarvi ma alla fine non l’ho fatto perchè, rispetto a un romanzo un saggio è molto più complesso da analizzare e devo ancora capire come farlo e, in più, ci ho messo tantissimo tempo a leggerlo tutto mentre i romanzi li leggo in poco tempo anche se sono molto lunghi. Il tema, ovviamente, mi interessava molto ma per qualche motivo ci ho messo mesi a leggere questo saggio. Questo articolo potrebbe essere una sorta di esperimento per i prossimi saggi che analizzerò.

Riporterò alcuni passi del saggio per riflettere insieme a voi su questo argomento così delicato e ancora frainteso e sminuito da tanti.

Vera Gheno parla della storia dei femminili nella storia e degli stigmi intorno alla femminilità. Nel saggio riporta alcuni tweet ricevuti come argomentazioni contro le sue affermazioni sull’inclusività e sui femminili professionali. La maggioranza mettono in dubbio la sua professionalità e sono affermazioni molto deboli e prive di fondamento.

Interessante è il riferimento ai femminili professionali in -essa: lei sconsiglia di utilizzarli perchè sono nati per indicare in maniera spregiativa donne legate a uomini con cariche pubbliche di rilievo come per esempio presidentessa come femminile di presidente. Il significato intrinseco di questa espressione era “donna moglie di”.

Un femminile professionale interessante ormai in disuso che è stato riscoperto di recente è architettrice come alternativa ad architetta come femminile di architetto. E’ stato tirato in ballo in modo improprio dal senatore Pillon un pò di tempo fa come scusa per attaccare chi richiede il riconoscimento dei femminili professionali. Architettrice, per l’appunto, non è un termine creato ad hoc ma una forma arcaica diffusasi nel Seicento che è stata usata da Melenia Mazzucco per riferirsi a Plautilla Bricci1. A me, per esempio, piace molto, anche perchè adoro le parole antiche e particolari.

Chi non accetta i femminili professionali spesso ha come unica argomentazione la fonetica: parole come architetta “suonano male” perchè ne richiamano altre – in questo caso tetta –. Vera Gheno fa notare che è un’argomentazione alquanto puerile perchè la cacofonia che scatena ilarità è tipica dei bambini e dei ragazzi della scuola media mentre un adulto dovrebbe essere in grado di capire che non fa ridere e andare oltre a questo.

Vera Gheno fa notare che esiste una lista molto lunga di femminili professionali “socialmente accettati” che, se declinati al maschile, non attirano tutte queste polemiche: per esempio tutti i mestieri legati alla cura e all’educazione sono “tipicamente femminili” – maestra, infermiera, ecc… – ma possono essere declinati al maschile. Come le donne nelle scienze sono ancora poche, allo stesso modo gli uomini che studiano scienze della formazione o qualsiasi laurea legata ai mestieri nominati, viene in qualche modo stigmatizzato e definito poco mascolino perchè “la sensibilità è donna”.

Nella nostra lingua, peraltro, i sinonimi e le perifrasi per indicare le prostitute sono pressocchè infiniti, mentre i corrispettivi maschili delle stesse parole non sono altrettanto negativi anzi possono essere addirittura pregi. Viene in mente questo monologo della Cortellesi, tra l’altro:

Monologo sui femminili

Altre argomentazioni fallaci sono quelle di chi, forse pensando di essere spiritoso, ribatte dicendo ” Se volete presidenta allora perchè non dire anche guardio e pediatro? “ Chiaramente è una provocazione ma basta riflettere un attimo per comprendere che la prima in italiano sarebbe una forma corretta grammaticalmente dopo averci fatto l’abitudine, le altre due sono insensate e sbagliate a prescindere dalla diffusione che potrebbero avere a livello sociale. Infatti ministra, assessora, ingegnera e altri femminili professionali sono meno “accettati” rispetto a maestra e infermiera perchè non sono ancora così diffusi e radicati nel parlato quindi è anche un fatto culturale. Nonostante la desinenza finale, la parola pediatra non è femminile ma è un termine ambigenere, di conseguenza la frase commentata sopra è stupida e priva di senso a prescindere.

Quando si aprono questo genere di dibattiti, la Crusca viene sempre tirata in ballo per una ricerca spasmodica di una purezza linguistica piuttosto anacronistica e inesistente visto che la nostra lingua già di per sè ha potuto evolversi grazie al contatto con altre. Per il neutro è lo stesso discorso: nella nostra lingua è scomparso e assimilato al maschile, mentre in inglese e tedesco esiste ancora.

Il cosiddetto maschile sovraesteso è, ovviamente, fonte di disagio per tutte le persone che non si riconoscono nel binarismo di genere. Si sta cercando di creare il neutro come calco dall’inglese ma la struttura grammaticale della nostra lingua lo rende macchinoso e innaturale perchè, per evitare di declinare, devi ricorrere a formule che sono dei veri e propri giri di parole spesso. L’unica soluzione, al momento, è applicabile solo nello scritto: la schwa. Ne esistono due: una per il singolare (ә) e una del plurale (ӡ) che si trovano sia in latino, che in greco che in cirillico, il suono, al singolare, è a metà tra una a e una e quindi apparentemente “muto”, mentre al plurale richiama il suono della vocale “u”. E’ un accorgimento grafico che elimina la desinenza declinata. Di recente è stata utilizzata anche nei documenti e nelle comunicazioni ufficiali di alcune università, sollevando non poche polemiche. Io proverò ad adottarla dove serve per avvicinarmi a un linguaggio più inclusivo. Se rifiutarla a priori è sbagliato, però, c’è anche chi ha fatto notare che, anche se è un simbolo che mira a far sentire incluse le persone della comunità trans, dall’altra può diventare discriminatorio per persone dislessiche che non lo hanno tra i caratteri ad alta leggibilità e per chiunque usa un dispositivo vocale per leggere, come le persone ipovedenti, perchè è un simbolo non riconosciuto e difficilmente decodificabile. Questo punto mi ha fatto molto riflettere e mi piacerebbe magari sentire il parere di qualche persona dislessica a riguardo. 2

Lascio anche qualche nota storica e linguistica per chi fosse interessato ad approfondire. 3

Alcuni approfondimenti:

1 Melania Mazzucco, l’architettrice Plautilla Bricci e la gaffe di Pillon

2 La schwa: da mezzo di inclusione a simbolo abilista.

3 Pronuncia e storia della schwa

Questa è la mia analisi. forse leggerò anche gli altri saggi di quest’autrice, soprattutto In altre parole, scritto con Fabrizio Acanfora e pubblicato per Effequ l’anno scorso.

Attendo la vostra opinione in merito, restando sempre il più rispettosi possibile,

Cate L. Vagni

12 pensieri su “La schwa e l’italiano, nemici amici.

  1. Secondo me la battaglia contro il maschile sovraesteso è una battaglia contro i mulini a vento. La lingua muta attraverso complicati processi che si estendono per decenni, addirittura secoli. La schwa oltretutto sarebbe un morfema flessionale, che sono una parte di lingua che per definizione è molto difficile da mutare. Forse la battaglia delle persone non-binary non dovrebbe partire dalla lingua ma dai diritti e dalla legge. La lingua è una pura astrazione. Se il maschile si chiamasse classe 1, e il femminile classe 2 non ci sarebbe alcuna polemica. E poi vorrei ricordare che ad esempio “tavolo” è maschile, ma non per questo è un uomo.

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    • Le persone non binary lottano per entrambe le cose, perché il riconoscimento dei diritti sì ottiene anche attraverso la lingua. È sicuramente un processo lungo ma da qualche parte si deve pur cominciare. La lingua è un concetto astratto però influenza la concretezza alla fine.

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      • Rileggendo questo commento mi sono accorta di non aver risposto come pensavo, perciò rimedio ora. L’idea che la lingua influenzi il modo di pensare in realtà è solo una teoria che è stata anche criticata nel mondo della linguistica, e tuttora non confermata. L’inglese ad esempio è privo di morfemi flessionali per via della struttura della lingua, non perché sia una società discrimini meno della nostra. La lingua è una mappa, e deforma la realtà, è impossibile che rappresenti al cento per cento ogni situazione, è utopico pensarlo. Così come è utopico pensare che cambi la propria struttura a partire dallo scritto, non funziona così. E appena l’Accademia della Crusca lo ha fatto notare è stata tacciata di omofobia e fascismo, quando in realtà sono dei semplici esperti che studiano delle cose. Detto questo io ho i miei dubbi che cambiando la lingua spariscano le discriminazioni. Non ha tutto questo potere.

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        • Rispondo adesso perché stavo riflettendo. È un discorso assai complesso e le discussioni in merito, se portate avanti con rispetto e calma, sono molto interessanti e stimolanti. Ho studiato linguistica in triennale quindi in un certo senso so di cosa si tratta. La Crusca è un’istituzione alla quale forse a volte la gente dà più potere di quello che in realtà ha perché effettivamente l’Accademia riflette sull’evoluzione della lingua ma è da tanto che non dà più alcuna effettiva regola nel parlato. Le discriminazioni purtroppo esisteranno sempre perché non tutti vogliono accettare i cambiamenti e la diversità ma in qualche modo bisogna venire incontro alle persone della communitá trans. Sarà utopico e forse un po’ hai ragione ma io credo che un piccolo sforzo vada fatto, ci dovrà pur essere un punto dal quale si può partire per cambiare.

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  2. Questo dibattito perde sempre di vista il fatto che la questione non è stata imposta dall’alto, ma è nata dal basso, nei gruppi femministi e queer, come esigenza di questi gruppi di parlanti. Avremmo bisogno di un dibattito serio dal quale escano le difficoltà effettive di declinare l’italiano al neutro e non questo tirarsi pomodori marci da tutte le parti. Quello dei lettori vocali e della leggibilità per persone dislessiche è un vero problema, che potrebbe essere risolto solo se lo schwa si diffonderà abbastanza da spingere a portare le modifiche necessarie.

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    • Esatto. Sono sempre i parlanti a modificare la lingua che parlano negli anni. Solo che purtroppo è sempre minimizzato e fa abbastanza rabbia anche a me perché il rispetto ci vuole sempre anche se non sei d’accordo su quell’argomento e qui parliamo di persone che chiedono di essere riconosciute quindi secondo me è anche altrettanto irrispettoso scagliarsi contro di loro dicendo che il loro disagio non ha valore e la lingua deve restare quello che è.

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  3. Articolo super interessante e un plauso anche per aver inserito il monologo della Cortellesi, che è veramente bello e profondo.
    Per il problema della fonetica è innegabile che i suoni proposti siano di difficile applicazione nella lingua parlata, ma concordo con te che il rispetto parte anche dalla lingua e ostinarsi a non voler riconoscere le persone non-binary, inserendole forzatamente in categorie linguistiche, non solo è irrispettoso, ma anche non inclusivo. Spero davvero che questa battaglia vari nella forma, ma non nel contenuto.
    Per smorzare un po’ i toni ti dico soltanto che da quando ho fatto conoscere per scherzo il parlato corsivo a mia mamma, che è una persona dislessica, lo ha adorato! Non lo usa per una questione anagrafica, ma – a suo dire – se fosse stata adesso una vent’enne, lo avrebbe adottato in molti contesti XD quindi sì, senz’altro andranno aggiornati gli strumenti per una lettura più inclusiva (compresi per gli ipovedenti), ma non deve essere questo un deterrente per un continuare a percorrere una strada nuova e per dare sempre maggiori diritti a chi per adesso non ne ha

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    • Ostinarsi a non voler riconoscere le persone trans aumenta la loro disforia soprattutto. Come dicevo nel commento sopra è una questione di principio a prescindere che tu sia d’accordo o meno con la schwa. Sono persone prima di tutto e non è giusto minimizzare il loro disagio perché nella nostra lingua il neutro non esiste, la schwa è difficile da leggere, i giri di parole complicati da usare ecc. Io ho provato a inserire un personaggio non binary nell’ultimo romanzo scritto e so che è complicato riferirsi a lui senza declinare le frasi e non sempre possono essere riadattate ma se ho deciso di metterlo un motivo c’è e ho continuato per la mia strada.
      La parlata corsiva che viene da Tik Tok 🤣 quella secondo me è una battuta più che altro perché non credo che nella vita di tutti i giorni uno di metterebbe a parlare così dai xD

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  4. Pingback: Identity first language vs person first language: cosa sono e perché sono fondamentali nel discorso sulla disabilità. | Daydream On a Bookshelf – Piccolo scaffale dei sogni

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