E se potessi parlare con un’altra versione di te?

Oggi vi parlo di un corto molto potente che ho scoperto tramite una ragazza autistica americana di nome Rebecca Faith Quinn, che su Tik Tok parla di cinema e rappresentazione, la sua critica più grande è rivolta alla serie Atypical e a certe scelte fatte per rappresentare i sovraccarichi di Sam, mi sono trovata molto d’accordo con lei. Ha anche un canale YouTube che si chiama Autistic Bimbo.

Il corto in questione è Lunch Break di Nicque Marina, un’attrice autistica, liberamente ispirato alla sua storia personale legata a un abuso subito sul luogo di lavoro, che racconta anche sul suo canale YouTube nella playlist dedicata a questa persona. Il corto dura circa 17 minuti.

Il corto si svolge tutto in una stanza vuota nella quale la protagonista si nasconde per stare in pace in un ambiente reso ostile dalla persona che l’ha abusata e sfrutta il fatto di essere il suo superiore per aizzarle contro i colleghi militari. Nella sua brevità, è un corto molto potente: Nicque vorrebbe denunciare, ma ha paura e si sente in parte responsabile di quello che le è successo, anche se, ovviamente, non ha colpe. Come dice lei “Quello non è mai stato solo un caffè”, frase che esprime tutta l’amara consapevolezza della ragazza riguardo alla situazione. La protagonista vedrà una proiezione di sè dieci anni dopo quel momento ed è completamente diversa: ha ripreso in mano la sua vita, recita, cime ha sempre desiderato, e si è tagliata i capelli. Quella proiezione di sè vuole darle coraggio, ma lei vuole la soluzione per uscire da quella situazione e la sè futura le risponde “Non posso. Se ti dicessi cosa succede, non succederebbe.” La proiezione vuole che la protagonista arrivi da sola alla soluzione perchè ha le capacità per arrivare a quella versione di sè, solo che in quel momento non ci crede perchè si sente sopraffatta da ciò che sta vivendo. Il finale è positivo.

Questo genere di dialoghi interiori mi colpisce sempre tanto perchè anch’io vorrei dialogare con la me adolescente non ancora diagnosticata che ha vissuto molte cose emotivamente pesanti ed è arrivata all’università convinta di non saper socializzare e sentendosi fuori luogo, sensazione che, spesso, ho ancora. Lei vorrebbe tante risposte e io stessa mi chiedo se una diagnosi meno tardiva avrebbe veramente fatto la differenza. Non ho risposte nè per lei nè per me, ma so che non è vero che sono socialmente inetta come ero convinta di essere a causa dell’emarginazione subita a scuola. Le difficoltà sono ancora tante, ma ho anche tante capacità e, anche se potrei sembrare “stramba” ad alcuni, c’è chi mi apprezza e sa che quelle “stramberie” fanno parte di me e sono innocue. Un pò come la comunità LGBT si è riappropriata del termine “Queer”, che era considerato un insulto, io mi riapproprio della parola “Strange”\ “Stramba”. Ha smesso di essere un insulto, se detto da chi mi ha ferita e mi ha mancata di rispetto pur definendosi amico per anni. Sempre meglio stramba che meschina.

Non voglio anticipare troppo sul corto, perchè vale la pena recuperarlo, se volete sotto c’e il video. Non mi sbilancio troppo nemmeno sulla riflessione personale, perchè altrimenti piango io per prima. Questo scenario lo immagino veramente spesso e vederlo rappresentato mi ha commosso, è un corto con una potenza enorme nella sua apparente semplicità.

Se lo vedrete fatemi sapere, ci tenevo a parlarvene. I commenti sono sempre accetti per riflessioni generali. Lascio anche il sito ufficiale di Nicque Marina.

A presto,

Lucinda Strange

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