Un film che mostra le difficoltà di chi vorrebbe esprimersi, ma non riesce a usare la voce.

Il film del quale parlerò è ispirato al romanzo autobiografico di un ragazzo autistico giapponese, Naoki Higashida, che si intitola “Il motivo per cui salto”. Naoki è una persona autistica non verbale – ai tempi della scrittura del romanzo aveva tredici anni, oggi ne ha trentuno – che ha scritto questo libro rispondendo a cinquanta domande sulla sua condizione secondo la sua esperienza. Il suo libro è arrivato in Europa grazie al lavoro dello scrittore David Mitchell, sposato con una donna giapponese che ha collaborato alla traduzione. La scelta di impegnarsi in questo progetto è nata dal fatto che anche la coppia ha un figlio autistico non verbale e Naoki è riuscito ad aiutarli a capirlo meglio. Mitchel, a un certo punto del documentario, racconta che alcuni hanno tentato di invalidare l’esperienza raccontata da Naoki perchè il ragazzo ha raccontato tutto attraverso una griglia alfabetica – uno strumento simile alla tastiera del pc, usata da molte persone con difficoltà a comunicare verbalmente. – Fa molto riflettere questa reazione, dato che molto spesso le persone averbali vengono forzate a imparare a parlare perchè si dà per scontato che possano comunicare solo così dato che la società è composta per la maggioranza da persone verbali oppure viene dato per scontato che, siccome non parlano, automaticamente non comunicano. Questo è pregiudizio molto radicato nella società e questa strategia di comunicazione viene spesso messa in discussione perchè alcuni pensano che non abbia validità scientifica.

Il documentario tratto dal libro di Higashida è stato girato nel 2020 da Jerry Rothwell ed è stato presentato al Festival del Cinema di Roma di quell’anno, a oggi è disponibile su Disney+ sottotitolato.

Il trailer

I pensieri di Higashida accompagnano la narrazione come se fosse lui a pronunciarli anche se non è fisicamente presente nel documentario. Ma la parte migliore di questo documentario è che apre la prospettiva anche alle esperienze di diversi ragazzi non verbali in giro per il mondo: in India seguiamo Amrit, in Sierra Leone Jestina, in Virginia Ben ed Emma, due ragazzi legati da un’amicizia fraterna e in Inghilterra Joss, nel Kent, e Jim Fujiwara, un ragazzino giapponese che viene mostrato mentre cammina da solo per le strade di Londra e osserva il mondo. Ognuno con la propria storia e le proprie difficoltà. Anche la madre di Amrit dice di essere riconoscente a Naoki perchè le ha permesso di capire meglio la figlia. Amrit realizza dei veri e propri quadri dipingendo ciò che prova e vede intorno a lei. Le parti di Jim mi hanno lasciata un po’ perplessa perché mi chiedevo dove fossero tutti, soprattutto i genitori, visto che quel ragazzino sembra completamente abbandonato a sé stesso. Se vuole essere una metafora dell’isolamento in cui vive la persona autistica, soprattutto se non verbale, in una società che non si sforza minimamente di comprenderla poteva essere gestita molto meglio.

Joss è un ragazzo molto ecolalico che, da piccolo, adorava ascoltare il rumore della corrente nei contatori. L’ho trovato molto ironico visto che, di solito, il rumore della corrente sovraccarica le persone autistiche e le persone neurotipiche non lo percepiscono mai. E’ il figlio dei produttori del documentario, Stevie Lee e Jeremy Dear, dai quali è partita l’idea della realizzazione del progetto. Joss, con l’adolescenza, è diventato molto irrequieto e i genitori non sanno più come provvedere alla sua istruzione dato che viene cacciato da ogni scuola che i genitori gli trovano, quindi la sola soluzione è portarlo in una struttura residenziale. Il padre lo assiste mentre ha un meltodown e non lo tocca nè tantomeno cerca di contenerlo fisicamente anche se il ragazzo diventa violento nei suoi confronti. Lo conforta e alla fine passa. Joss sembra agitarsi particolarmente al rumore della pioggia, infatti si tappa sempre le orecchie in quei momenti. Uno dei passi del romanzo di Higashida parla proprio di come lui ha imparato a comprendere quando stesse piovendo osservando tutto nei minimi particolari.

Un’altra citazione molto bella ripresa direttamente dal romanzo è la spiegazione del titolo: Il motivo per cui Higashida salta è la gioia, l’eccitazione, è stimming. Mentre la voce fuori campo pronuncia questa citazione, si vede Joss che salta su un tappeto elastico. Mi ha fatto sorridere questa scelta.

Jestina, in Sierra Leone, ci racconta tutti pregiudizi che vivono le persone autistiche in uno Stato ancora arretrato e cosa significa avere genitori anziani. Le persone come lei sono completamente abbandonate a loro stesse e isolate dalla società, i genitori di Jestina non possono accettarlo infatti lottano perché venga aperta una scuola per persone come la figlia in modo che anche loro possano avere diritto all’istruzione. Ci riescono e per loro è un traguardo fondamentale.

Il percorso di Amrit culmina con una bellissima esposizione dei suoi quadri che lasciano tutti a bocca aperta e finalmente la gente capisce che la ragazza ha consapevolezza di cosa le accade intorno anche se non riesce a usare le parole per comunicare. È un grande passo per lei e i suoi quadri sono estremamente dettagliati nei descrivere le sue emozioni.

Per finire, parliamo di Emma e Ben: questi due ragazzi sono praticamente cresciuti insieme senza mai dirsi una parola e sono inseparabili. Ben è più riservato, Emma sembra riuscire a essere rumorosa anche senza bisogno della parola. La ragazza usa il telefono per riprodurre in loop un video con dei suoni che le piacciono. La persona che segue i due ragazzi puntualizza che è fondamentale ricordarsi che le ecolalie dei ragazzi molto spesso non hanno alcun significato comunicativo quindi non vanno interpretate come se fossero un dialogo. Per esempio Ben ripete “Sì” a mo’ di ecolalia e quindi ovviamente non sta approvando niente, semplicemente è un suono che gli piace. La parte più significativa della loro storia, che mi stava commovendo davvero tanto, è che i ragazzi riceveranno una griglia alfabetica per poter comunicare e quindi anche rispondere alle domande alle interrogazioni e, a un certo punto, tramite le domande della persona che li segue, denunceranno il fatto che i loro diritti sono stati calpestati perché per una vita nessuno ha permesso loro di comunicare in una maniera congeniale alla loro disabilità ed è stato frustrante. Purtroppo è una realtà molto presente perché troppa gente dà per scontato che le persone con questi ragazzi non capiscano cosa gli succede intorno e non vogliano assolutamente comunicare. Perché solo con la parola si può fare, anche se, di fatto, non è così.

Questo documentario è stato molto illuminante e finalmente la patina abilista che di solito circonda queste narrazioni e le rende infantilizzanti e pietistiche sembra scomparsa. Le loro difficoltà sono oggettive e mai esasperate più del dovuto. Ve lo consiglio vivamente e sto leggendo il libro di Higashida, quindi poi recensirò anche quello.

Vi aspetto nei commenti per un dialogo,

A presto,

Cate L. Vagni

12 pensieri su “Un film che mostra le difficoltà di chi vorrebbe esprimersi, ma non riesce a usare la voce.

    • Sì in effetti queste persone hanno limitati oggettivi per cui non riescono a comunicare verbalmente ma spesso vengono praticamente forzati a imparare a farlo perché i modi in cui potrebbero comunicare sono considerati non validi. Infatti mi stavo arrabbiando molto anch’io alla fine del documentario quando i due ragazzi hanno “detto” quelle cose 🤬

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  1. Il tuo commento finale esprime con parole, che io stessa non sarei mai riuscita a trovare, il mio pensiero, che è identico al tuo.
    Non usare il linguaggio non significa essere completamente estraniati dalla realtà.
    Sono felice che questo articolo sia andato a sdoganare un’altra sezione dell’autismo, della quale spesso si parla, ma mai con dovuto rispetto e strumentalizzandola al limite della sopportazione.
    Curiosità: come mai hai scritto averbali invece di non verbali? C’è differenza?
    Adesso sono davvero curiosa (e spero di averne il tempo) di guardare il film su Disney+

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    • È un pregiudizio che fa male a queste persone perché, nemmeno il fatto di avere disabilità cognitiva li rende incapaci di capire ciò che vivono nonostante magari abbiamo più difficoltà di chiunque altro perché comunque la disabilità cognitiva li limita ma di sicuro non lo fa il non riuscire a esprimersi verbalmente. Sarebbe ora che la gente capisse che “più comune” non significa per forza “giusto” o “soluzione univoca”. Se queste persone, per svariati motivi, non possono imparare a usare la parola non è giusto forzarle come fanno certi terapisti. Averbale e non verbale sono sinonimi, vogliono dire la stessa cosa. L’alfa privativa esprime lo stesso identico concetto del “non”.

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  2. Ho letto questo articolo con molto interesse. Mi sta a cuore capire, cercare di comprendere. Anche i silenzi parlano ed esprimono molto più di tanti discorsi, ma è doveroso aiutare questi ragazzi. Non si possono chiudere gli occhi, fare finta di nulla e girarsi da un’altra parte.

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  3. Pingback: La mia bibliografia a tema autismo | Daydream On a Bookshelf – Piccolo scaffale dei sogni

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