Buone le premesse, meno la realizzazione

Si sa, l’idea di una genderizzazione dell’autismo sta diventando sempre più obsoleta perchè gli studi di genere si stanno evolvendo e quindi una divisione così stretta tra “autismo maschile” e “autismo femminile” è fuorviante. Nel 2018, la dottoressa autistica Luisa Di Biagio ha pubblicato Donne in blu – L’autismo al femminile, un saggio psicologico che tratta proprio di come questa condizione si sviluppa in un cervello femminile,

Luisa Di Biagio, Donne in blu- L’autismo al femminile, Dissensi, 2018

Il saggio è diviso in due parti: nella prima la dottoressa parla di alcune donne famose autistiche per raccontare le loro storie e nella seconda descrive minuziosamente la vita di una persona autistica di genere femminile dall’infanzia alla vecchiaia.

Ecco, la prima parte poteva senza dubbio essere interessante, ma io sono rimasta un pò perplessa dalla presentazione delle biografie: sono otto biografie molto brevi, forse troppo, che lei usa come specchio per sè stessa – per esempio. Temple Grandin è l’Antropologa che è in me. – e sembrano davvero messe lì solo per vantarsi dei suoi successi. Ho scoperto diversi nomi interessanti attraverso la prima parte del saggio, ma, purtroppo, ognuna di queste ha il titolo accademico citato al maschile – es. l’etologa Jane Goodall è il dottor Goodall, Wendy Lawson è il docente e questo è un dettaglio abbastanza problematico: è un saggio che dovrebbe essere femminile e femminista quindi usare le professioni al maschile non è proprio il massimo. L’attrice Daryl Hannah è La bella e popolare che è in me e la cantante Susan Boyle La talentuosa che è in me, insomma, dovrebbe parlare di queste donne famose autistiche, ma invece parla solo di sé in diverse sfaccettature. In questo caso si parla di pretty privilege, ovvero quando essere bella e popolare ti spiana la strada e quindi puoi vantartene, a prescindere dalla tua condizione neurologica che, in teoria, comunque ti dovrebbe dare limiti a livello sociale.

Sono dell’idea che la prima parte sarebbe stata da evitare quasi in toto visto che quasi nessuna delle otto donne scelte è approfondita a dovere, ma la seconda parte, più analitica, secondo me fornisce buoni spunti di riflessione sulle difficoltà delle donne autistiche in ogni stadio della vita, soprattutto se la diagnosi è tardiva.

Parlare di questi temi e renderli accessibili a chi non è del campo non è semplice. lo so bene anch’io che scrivo su questo mio piccolo spazio per sensibilizzare, ma in alcuni punti il linguaggio è un pò troppo semplicistico anche nella seconda parte. La mia mente ha fatto subito il parallelismo con lo stile adottato da Acanfora nel suo saggio autobiografico Eccentrico, del quale ho parlato qui, e mi è sembrato molto più efficace la sua analisi seppur con un linguaggio meno tecnico rispetto a questo.

Nonostante tutto, è un saggio che ha il suo valore storico e scientifico, quindi ne consiglio comunque la lettura.

Vi aspetto nei commenti,

A presto,

Cate Lucinda Vagni

6 pensieri su “Buone le premesse, meno la realizzazione

  1. Comprendo questo voler riappropriarsi della parola autismo da parte femminile, in quanto, in molti paesi, fino a pochissimo tempo fa, le donne non potevano venire diagnosticate. Ma d’altro canto, proprio nella comunità autistica, gli stereotipi e le aspettative di genere sono meno suscettibili ad attecchire. Le persone autistiche hanno una percentuale più alta di non binary, o comunque transgeder (da considerarsi come termine ombrello).

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  2. Concordo che questa piccola svista sulle professioni era evitabile, se l’autrice definisce il suo saggio al femminile e femminista. Per quanto riguarda la genderizzazione concordo invece con il commento del precedente utente: la percentuale di non binary e genderfluid è molto più alta nello spettro autistico, ma ciò ovviamente non significa che rappresenti il 100% delle persone e quindi a mio avviso vanno mantenuti tutti gli approcci possibili per indagare le varie manifestazioni in tutti i tipi di identità. Ciò che invece però mi sento di temere è che venga ancora applicata da parte dei professionisti una visione maschile e che quindi appunto le diagnosi siano prevalentemente tardive per le donne, che possono ottenere una diagnosi sbagliata o non ottenerla proprio. Diciamo che l’autismo al maschile è più manifesto, ma il fatto che sia più latente e meno vistoso nelle donne, non significa che non esista. Ecco perché a mio avviso comunque avere una visione dell’autismo al femminile non è una limitazione, ma è anche un modo per dare voce e risonanza a quella fetta di popolazione che è sempre stata tacciata di isteria

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    • Sì, io personalmente ho trovato abbastanza di cattivo gusto usare le biografie di altre donne autistiche praticamente per farsi bella invece di raccontare di loro. Per esempio la dottoressa è etologa come Jane Goodall ma dirlo così non mi è piaciuto molto. Ci sta rivedersi in alcuni aspetti della biografia di queste persone ma così tanto da sovrapporcisi no. I due esempi con Deryl Hannah e Susan Boyle mi hanno infastidito più degli altri, a essere sincera. Non mi sembrava il caso. Non sono aggettivi usati dalla dottoressa ma viene da sé usarli dato che si parla dell’autismo nelle donne, magari più che “femminile”‘ era meglio “al femminile” ma fa poca differenza. Femminista poteva esserlo sempre per lo stesso motivo ma purtroppo non ha funzionato molto. Sì, lo spettro autistico e le identità trans ( come termine ombrello) sono molto intersecate tra loro ma è vero che ci sono anche persone che si riconoscono nel genere di nascita, come me. Come ogni cosa non vale per tutti perché anche noi siamo prima di tutto persone. La diagnosi sbagliata di molte è il disturbo borderline di personalità quindi si, è comunque un disturbo che in un certo senso riguarda anche la rabbia e le emozioni più forti oltre che tanto altro, ma non è che tutte sono borderline, può restare come co occorrenza ma non può essere usata per non diagnosticare l’autismo a chiunque sia socializzato come donna.

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