Una riflessione accorata sulla rappresentazione mediatica e il punto della situazione su libri e serie che ne parlano

Oggi vi porto una riflessione molto importante per me e spero che la seguirete: voglio parlarvi di alcune rappresentazioni che ho visto nei veri prodotti audiovisivi e letto in alcuni libri per vedere quali funzionano e quali no.

C’è un libro del quale non parlo quasi mai che per me è stato fondamentale per capire che tipo di rappresentazione volevo ed è questo: le protagoniste sono tre e una di loro è autistica, si chiama Erin. Mi sono sempre chiesta come l’autrice sia riuscita a descrivere così bene la mia condizione quando, a quanto si sa, è allistica – sì, perchè neurotipico in realtà è il “contrario” di neurodivergente, non di autistico -. Facendo delle ricerche ho trovato un’intervista di Amy Reed dove racconta che la prima bozza del romanzo era pessima da questo punto di vista ma, dopo essersene resa conto, Amy ha deciso di chiedere il parere di alcuni amici autistici per migliorare la caratterizzazione di Erin e togliere gli stereotipi più dannosi. Ho apprezzato questa presa di coscienza, perchè non è a tutti farlo, ma è un tema ricorrente in questo mio flusso di coscienza, quindi ne riparleremo. Oltretutto questo romanzo parte da una premessa veramente potente, quindi è molto importante da leggere non solo per Erin, ma per la storia in sè. La tematica di fondo è la percezione della società delle vittime di violenza sessuale e come le ragazze vengano facilmente oggettivate. Lo consiglio, ma bisogna andarci piano per la tematica di fondo, che potrebbe essere un trigger.

Nel corso dello scorso anno ho notato che le rappresentazioni proposte ai bambini e ai preadolescenti sono fatte con più cura rispetto a quelle proposte agli adulti. Per quanto riguarda l’autismo non verbale, il mio esempio preferito è questo romanzo di Carla Anzile per Pelledoca Editore: qui il ragazzo autistico, Sasha, non è il protagonista ma il suo amico Luca, narratore della storia, non lo infantilizza mai e si trova molto a suo agio con lui, che si esprime attraverso delle bacchette che di solito sono usate per suonare la batteria. Carla Anzile è una maestra di scuola elementare e ha anche creato un cortometraggio sull’autismo, trovate la sua biografia sul sito di Pelledoca.

L’esempio più alto e, ormai, mio secondo libro del cuore dopo Nowhere Girls – due romanzi completamente diversi tra loro, ci tengo a sottolinearlo, ma proprio per questo ugualmente importanti – è, senza ombra di dubbio, Una specie di Scintilla di Elle McNicoll per Uovonero ( qui l’articolo dedicato ), dal quale è stata tratta una serie non ancora arrivata in Italia, disponibile sul sito della BBC in lingua originale e visionata dall’inizio alla fine da Elle McNicoll, che è autistica e voleva evitare che la storia di Addie cadesse in certe dinamiche che la comunità autistica non gradisce quando si tratta delle rappresentazioni televisive.

C’è un’altra serie che voglio assolutamente recuperare che era arrivata in Italia, ma, purtroppo, non è più disponibile doppiata nella nostra lingua perchè non aveva abbastanza pubblico: Everything’s gonna be ok di Josh Thomas. In questa serie è stata chiamata un’attrice autistica di nome Kayla Cromer per interpretare il personaggio di Matilda Moss, primo personaggio autistico della serie fino a la seconda – e, quanto pare, ultima – stagione della serie, e sorellastra del protagonista Nicholas, interpretato dallo stesso Thomas. Per la comunità autistica il personaggio di Matilda è stata un toccasana, ma, purtroppo, la serie non è piaciuta. E temo di sapere perchè. Ovviamente la guarderò, ma provo una grande amarezza a sapere che non esiste più in italiano.

Un personaggio molto apprezzato dalla comunità autistica è Abed Nadir della serie Community, non è il protagonista e non è mai stato confermato come autistico, ma parecchi lo hanno apprezzato e si sono rivisti in lui. Questo genere di personaggi si definiscono autistic coded e il più famoso della lista è Sheldon Cooper di TBBT, ma anche Beth Harmon de La regina degli scacchi rientra nella categoria. Ho iniziato la serie, che trovate su Netflix, e non sembra tanto male. Sono sei stagioni composta inizialmente da una ventina di episodi, poi da una decina, da circa venti minuti ciascuno. Penso che dedicherò un primo articolo solo alla prima poi vedrò come procedere con le altre cinque.

Arriviamo al motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo: la serie coreana Avvocata Woo. Ho provato a guardare almeno sei episodi su sedici ma non ce la faccio più ad andare avanti. Ho il presentimento che gli articoli dedicati agli episodi che ho visto siano tra i meno graditi perchè si percepiva che stavo cercando in tutti i modi di trovare qualcosa di buono in quegli episodi eccessivamente lunghi. Le recensioni stesse erano troppo complesse da seguire perchè io stessa faticavo a capire di cosa parlavano durante quegli interminabili processi. Lo so che è un legal drama, ma era veramente impossibile selezionare le informazione principali per una recensione che vi permettesse di comprendere a pieno gli avvenimenti senza perdere pezzi e confondervi. Come ho già detto varie volte, ci sono almeno due episodi dove potevano tentare di introdurre la disprassia senza far passare la protagonista da una donzella da salvare da una temibile porta girevole o come una stramba da guardare in cagnesco per un vassoio o anche una a cui devi strappare di mano la bottiglia d’acqua perchè aspettare che la apra da sola fa perdere troppo tempo e cozza con il fatto che deve apparire sempre al top come prodigio della giurisprudenza – non ho mai parlato di questo episodio nello specifico, ma mi ha dato molto fastidio perchè non sei gentile se mi strappi la bottiglia di mano senza che te l’abbia chiesto esplicitamente dopo che mi sto rovinando le mani perchè la mia motricità fine non sta collaborando -. Per non parlare di quanto sia stato pesante il terzo episodio, che necessitava di una lista di trigger warning davvero elaborata ma, invece, non ce n’è nemmeno uno specifico, solo due generici che non so nemmeno a che episodio si riferiscono e li trovi all’inizio di ogni puntata. Purtroppo anche quello che la serie aveva di buono viene sciupato dalla lunghezza degli episodi e da quanto un dato argomento viene ribadito nel corso dell’episodio stesso senza arrivare mai a un punto in cui l’avvocata trova una strategia per ovviare il problema una volta per tutte: il secondo episodio, per esempio, parlava dell’importanza della conquista dell’indipendenza in età adulta, ma il processo in sè è inutile e lo sanno tutti i membri dello studio Hambada, quindi un’ora e mezza è eccessiva e la genialità della protagonista è forzatissima in questo caso. Nell’ultimo episodio che ho visto si affronta il problema del non comprendere se una persona è onesta o meno attraverso il linguaggio del corpo e per un’ora e mezza lei si arrovella il cervello per capirlo e comunque resta fregata anche se la risposta è ovvia e i due tizi che l’altro avvocato, suo collega e avversario perché anche lui precario, sta rappresentando sono truffaldini e vogliono distruggere i loro avversari in tutti i modi. La soluzione che aveva non funziona e passa da allocca, perdendo. Gli stereotipi spesso vengono esasperati ancora più delle altre volte, anche forse perchè nella cultura asiatica ogni reazione sembra eccessivamente stupita pure quando non c’è necessità di esserlo. Anche gli episodi della Regina degli Scacchi durano almeno un’ora, ma sono molto più fluidi di questi, anche se per me è comunque faticoso seguire episodi così lunghi e memorizzare più dettagli possibili.

Il grande problema che è stato sollevato dalle persone autistiche e che rende poco gradevoli la maggioranza delle serie a tema è che è irrealistico che ogni personaggio autistico presente in una qualsiasi serie abbia ogni singola caratteristica delmanuale diagnostico. Ogni persona autistica è diversa e non tutti hanno tutte le caratteristiche dalla prima all’ultima con la medesima intensità. Io stessa, per esempio, non sono ipersensibile ai tessuti e non ho selettività alimentare, come la maggioranza di noi. In questo modo il personaggio autistico è una macchietta e non una persona con la quale puoi empatizzare, soprattutto se si mostra arrogante con tutti anche su argomenti che non conosce e sembra che non voglia mai ascoltare nessuno. I meltdown, poi, non sono mai chiamati con il loro nome nemmeno quando sono mostrati nella maniera corretta e, secondo me, questo crea confusione e peggiora lo stigma su questo tipo di risposta al sovraccarico. A nessuno, tantomeno alla persona autistica che lo ha represso in tutti i modi fino a esplodere, fa piacere vivere un meltdown in cui si arriva a distruggere oggetti e\o alzare le mani, senza contare che, purtroppo, parecchie persone autistiche ricorrono all’autolesionismo in questi momenti per zittire il dolore causato da tutti gli stimoli sensoriali. Purtroppo è per questo che, secondo me, il personaggio di Kayla Comer è stato respinto dal pubblico: volevano renderlo una persona vera senza troppi stereotipi, pietismo e infantilizzazione e il pubblico non era ancora pronto. Chloè Hayden e la sua Quinni sono riuscite dove Kayla e la sua Matilda hanno fallito per cause di forza maggiore: Heartbreak High ci mostra tutte le difficoltà di Quinni senza drammatizzarle e senza farla passare per una bambina. La ragazza ha molti sovraccarichi quando si trova in luoghi troppo affollati, ma vengono mostrati per quello che sono con oggettività e nessuno la infantilizza. Chloè ha scritto anche un libro sulla sua esperienza, che ovviamente leggerò, dal titolo Different, not less: a neurodivergent’s guide to embraceyour true self and finding your happily ever after. Chiaramente, proprio in virtù del fatto che lo spettro è veramente tanto ampio e sfaccettato, ci sono persone che non si sono riviste in questo personaggio, e va bene così, ma almeno è un inizio per dimostrare che è giusto dare una dignità anche a noi e ascoltare la nostra voce quando ci lamentiamo che le rappresentazioni vanno migliorate.

Spero che si sia capito cosa voglio dire con questo articolo, che non è fatto per fare polemica ma solo per riflettere, come sempre. La lista di libri e saggi da leggere si allunga sempre di più e avremo modo di analizzare tutte le rappresentazioni proposte.

Vi aspetto nei commenti per una vostra opinione,

Cate Lucinda Vagni

23 pensieri su “Una riflessione accorata sulla rappresentazione mediatica e il punto della situazione su libri e serie che ne parlano

  1. piccolo consiglio, se citi un articolo o metti subito il nome dell’articolo o fai in modo che l’articolo si apra in una nuova finestra (la spunta la trovi sotto a dove metti il link)^^

    articolo molto interessante, mi hai fatto riflettereù
    già dal titolo avevo pensato a un mio articolo dell’anno scorso: la pessima rappresentazione dei queer nei media italiani, e anche in alcuni snodi del tuo discorso mi ci hai fatto pensare

    credo che il punto sia che scriviamo bene di ciò che conosciamo e poi gli autori siano troppo pigri o non abbastanza pagati per approfondire o rischiare di non vendere

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    • Ti riferisci al link che metto nelle storie ig?
      Diciamo che io vorrei capire meglio cosa si intende per “coding” perché io ho un po’ studiato la definizione su Google ma non ho ben chiaro cosa significhi. So che nel cinema è molto utilizzata proprio per la comunità queer. Tu che studi cinema me lo sapresti spiegare meglio? Perché per le neurodivergenze si usa per tutti quei personaggi che non hanno un’ etichetta confermata ma le caratteristiche le hanno più o meno tutte. Solo che spesso sono legati a stereotipi macchiettistici.
      Si esatto, sono d’ accordo con l’ ultima frase perché la triste verità è questa: non si impegnano abbastanza nemmeno se è il protagonista della serie a essere autistico. Avvocata Woo purtroppo ne è l’ esempio lampante perché la sua genialità spesso è forzata e resa in una maniera cartoonesca. Lo spettro è ampio, lo so bene, ma accontentarsi di serie stereotipate mi sembra triste anche per chi ha un livello di supporto più elevato e ha disabilità cognitiva.

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  2. So quanto questo articolo fosse sentito e quanto ci tenessi ad essere il più esaustiva possibile. So quanto hai provato a digerire Avvocata Woo, ma mi è bastato vedere un estratto di pochi minuti per capire quanto in realtà fosse caricaturale (vuoi per scelte di regia, vuoi per mimica di tradizione orientale). So di contro quanto tu abbia gioito nel trovare anche delle rappresentazioni degne 😌 ma all’appello non manca quel cartone animato con un pettirosso autistico, per il quale in maniera meravigliosamente sarcastica te ne uscisti con una frase (che ricordo tutt’ora) “Mi sento più rappresentata da un pettirosso che dai personaggi delle serie”?

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